sabato 28 novembre 2015

ICE ONE a Senigallia






Iceone (anche conosciuto come Dj Sensei)

Music Producer/Beatmaker/Composer/Artist Developement

Beat Traveller Music
 –  (32 anni)Roma, Italia
I'm professional Music Producer and Dj since 1982.. I'm also specialized in Artist Developement, Talent scout, Music Counseling.. I've produced al lot of successful tracks, for hip hop groups, tv commercial, soundtracks, videogame soundtracks. I'm also specialized in remixes and rearrangement of other's music.
iceone
iceone

produttore musicale

Lavoratore autonomo
 –  (30 anni)Roma, Italia
Iceone (anche conosciuto come Dj Sensei) è una delle fondazioni dell' Hip Hop Italiano ed ha prodotto la musica di alcuni dei capolavori di questo genere musicale: "Odio Pieno" e "Scienza Doppia H" dei Colle Der Fomento, "Banditi" degli Assalti Frontali, "Quelli che Benpensano" e "Autodafè" di Frankie Hi Nrg, "Medicina Buona" della Comitiva, e "B-Boy Maniaco" suo album d'esordio. Ha collaborato con produzioni, musica e remixes con Almamegretta, 99 Posse, Tiromancino, Niccolo Fabi, Riccardo Sinigallia, Kento, Don Diegoh, Barry Warner, Cristopher Anton (Information Society), Junglabeat, Dj Skizo, Dj Stile, etc.. La sua Musica è stata usata da: Nike, X-Box, Electronic Arts, Valtour, Keymat etc.

Si potrà salutare Luca al Teatro Argentina di Roma (largo di Torre Argentina, 52) lunedì 30 novembre dalle ore 14.00 alle ore 18.00;

Luca De Filippo (Roma, 3 giugno 1948), attore e regista italiano di teatro, Grande Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

28 novembre 201513:45NEWS

Luca De Filippo, nipote di Eduardo Scarpetta, aveva 67 anni, ed era figlio di Eduardo alla cui opera si era sempre allineato .

'Luca era consapevole e fiero di essere l'erede di terza generazione di una famiglia che ha fatto la storia del teatro italiano e, nella figura di Eduardo, del teatro mondiale''. Lo scrive in una nota la famiglia.
Lo assistevano la moglie, Carolina Rosi, i figli Matteo, Tommaso e Luisa. 

Convinto del valore sociale del teatro, uomo generoso, Luca è stato sopratutto attento agli aspetti umani, nel lavoro con la sua compagnia, creando intorno a sè una comunione di intenti artistici speciali ed importanti''. 

'Si potrà salutare Luca al Teatro Argentina di Roma (largo di Torre Argentina, 52) lunedì 30 novembre dalle ore 14.00 alle ore 18.00; alle ore 16.30 verrà ricordato dai suoi amici. 
Niente fiori, ma solidarietà alla Fondazione Onlus "Il meglio di te"- IBAN: IT29T0329601601000064225509 causale: "Donazione, progetto prescelto: progetto Nisida''.

Che fine ha fatto Volunia ?

Era "domenica 27 maggio 2012" quando mi trovai di fronte a questo comunicato, ma di Volunia si son perse le tracce o mi son distratto ?

Speravo che l'idea si materializzasse da un momento all'altro e invece non ne ho mai avuto notizia: Si sarà diluita in altre iniziative ?

VOLUNIA




Come sta cambiando Volunia: importanti novità
dal 18 maggio 2012.
Caro Utente,

Tante volte ti sarai chiesto “Che fine ha fatto Volunia? Quando potrò avere accesso al sito?” e forse il nostro silenzio ti ha fatto pensare a una battuta d’arresto.

Non è così. Con questa mail vogliamo innanzitutto farti le nostre scuse per la mancanza di informazioni, ma soprattutto annunciarti le importanti novità in arrivo su Volunia.

In questi mesi il team di Volunia ha preferito il silenzio e ha scelto la strada del lavoro, per ridurre il percorso verso il lancio del progetto al pubblico.

La versione Beta aggiornata sarà disponibile il 18 maggio 2012 su www.volunia.com .

Questo aggiornamento include importanti cambiamenti disponibili da subito per i Power User e riassunti qui di seguito:

  • Rafforzeremo le funzioni di ricerca attraverso l’integrazione nel sistema Volunia di uno dei principali motori di ricerca presenti sul mercato mondiale. Abbiamo deciso, pur continuando a portare avanti lo sviluppo del nostro motore, di mettere a disposizione un motore di ricerca primario, per consentire la fruizione di tutte le funzionalità di Volunia e di tutte le sue potenzialità.
  • Volunia avrà una nuova veste grafica, più funzionale e accattivante.
  • Metteremo a disposizione documenti più chiari ed esaustivi riguardanti le politiche di privacy e i termini e condizioni di utilizzo del servizio Volunia.
  • Abbiamo completamente rinnovato la nostra comunicazione online, sarà a tal fine inaugurato il nostro canale ufficiale (blog.volunia.com/it ) dove, se lo vorrai, sarai coinvolto in un sondaggio per la scelta di alcuni aspetti grafici legati alle mappe visuali. Sarà pubblicata una sezione Q&A rinnovata e sarà disponibile un servizio di newsletter.
Il 21 maggio 2012 annunceremo altre importanti novità riguardanti Volunia.

Non smettere di seguirci perché stiamo facendo del nostro meglio per rendere disponibile Volunia a tutti nel più breve tempo possibile!

Nel caso non dovessero emergere criticità importanti, contiamo di farlo entro un mese da oggi.

Grazie,
Il Team Volunia

VOLUNIA ?

Era domenica 27 maggio 2012 quando mi trovai davanti il comunicato di Volunia.

Ci speravo proprio, ma non ne ho avuto più notizie. Sono io che mi son distratto ?

VOLUNIA




Come sta cambiando Volunia: importanti novità
dal 18 maggio 2012.
Caro Utente,

Tante volte ti sarai chiesto “Che fine ha fatto Volunia? Quando potrò avere accesso al sito?” e forse il nostro silenzio ti ha fatto pensare a una battuta d’arresto.

Non è così. Con questa mail vogliamo innanzitutto farti le nostre scuse per la mancanza di informazioni, ma soprattutto annunciarti le importanti novità in arrivo su Volunia.

In questi mesi il team di Volunia ha preferito il silenzio e ha scelto la strada del lavoro, per ridurre il percorso verso il lancio del progetto al pubblico.

La versione Beta aggiornata sarà disponibile il 18 maggio 2012 su www.volunia.com .

Questo aggiornamento include importanti cambiamenti disponibili da subito per i Power User e riassunti qui di seguito:

  • Rafforzeremo le funzioni di ricerca attraverso l’integrazione nel sistema Volunia di uno dei principali motori di ricerca presenti sul mercato mondiale. Abbiamo deciso, pur continuando a portare avanti lo sviluppo del nostro motore, di mettere a disposizione un motore di ricerca primario, per consentire la fruizione di tutte le funzionalità di Volunia e di tutte le sue potenzialità.
  • Volunia avrà una nuova veste grafica, più funzionale e accattivante.
  • Metteremo a disposizione documenti più chiari ed esaustivi riguardanti le politiche di privacy e i termini e condizioni di utilizzo del servizio Volunia.
  • Abbiamo completamente rinnovato la nostra comunicazione online, sarà a tal fine inaugurato il nostro canale ufficiale (blog.volunia.com/it ) dove, se lo vorrai, sarai coinvolto in un sondaggio per la scelta di alcuni aspetti grafici legati alle mappe visuali. Sarà pubblicata una sezione Q&A rinnovata e sarà disponibile un servizio di newsletter.
Il 21 maggio 2012 annunceremo altre importanti novità riguardanti Volunia.

Non smettere di seguirci perché stiamo facendo del nostro meglio per rendere disponibile Volunia a tutti nel più breve tempo possibile!

Nel caso non dovessero emergere criticità importanti, contiamo di farlo entro un mese da oggi.

Grazie,
Il Team Volunia

venerdì 27 novembre 2015

l'identikit dell'uomo di Denisova

17 novembre 2015

Sempre più preciso l'identikit dell'uomo di Denisova

Claudio Beorchia - Il Tesoro

Napoli - sab 28 novembre 2015

Claudio Beorchia - Il Tesoro


 [Vedi la foto originale]
CASTEL SANT'ELMO
vai alla scheda di questa sede
Exibart.alert - tieni d'occhio questa sede
Via Tito Angelini 20 (80129)
+39 0812294401 , +39 0812294498 (fax)
sspsae-na.santelmo@beniculturali.it
www.polomusealenapoli.beniculturali.it
individua sulla mappa Exisat
individua sullo stradario MapQuest
Stampa questa scheda
Eventi in corso nei dintorni

Presentazione dell’opera vincitrice della quarta edizione del Concorso “un’Opera per il Castello”. La giuria ha premiato Claudio Beorchia, giovane artista trevigiano, che ha sviluppato il tema del concorso - “Lo spazio della comunicazione. Connessioni e condivisione”- con un progetto di particolare qualità estetica ed etica che nella sua essenzialità e  originalità formale, affronta un argomento di grande attualità, proponendo una riflessione sulla connessione e la comunicazione generata dai media e recuperata attraverso un impatto emotivo e un’ immediata empatia con la condizione di disagio degli immigrati cui l’opera allude. L’opera che si relaziona intimamente con gli spazi del Castello, entra a far parte della collezione permanente di Castel Sant’Elmo
prenota il tuo albergo a Napoli:
Booking.com
biglietti: ingresso libero
vernissage: 28 novembre 2015. h 11
autori: Claudio Beorchia
genere: arte contemporanea, presentazione, personale

MA QUANTO È BELLO PRODURRE L'OPERA!

     
 

MA QUANTO È BELLO PRODURRE L'OPERA!

   
 Dove? In uno spazio in cui il contemporaneo torna ad essere prodotto. Per un progetto espositivo pensato in grande, ma in pochissimi metri quadri. Vi presentiamo The View Studio  
 
pubblicato 

Sant'Ilario, nella memoria collettiva il luogo dove la celebre Bocca di rosa di De André arrivava a turbare gli animi, è oggi uno dei quartieri bene di Genova, tappezzato di villette di pregio con strabiliante vista mare, defilato dal traffico e ben distanziato dal caos del centro. All'apparenza solo tanta ordinaria amministrazione, in mezzo a cui Exibart ha scovato la notizia: c'è arte contemporanea anche nella più amena delle periferie cittadine. Si chiama The View Studio, luogo di produzione creativa nato nel 2010 da un'idea di Vittorio Dapelo, ex gallerista di ruolo a Genova, tornato dopo circa dieci anni nel mondo dell'arte contemporanea. Lui scherzosamente si definisce un «giovane gallerista», un «riciclato», mentre lo incontriamo attorno alla tavola ovale dello spazio che provvisoriamente ospita le attività dello Studio (attualmente in via di cambio sede), una piccola dependance attrezzata nel giardino delle sua abitazione. Il classico "casa e bottega” fa bene alla creatività contemporanea? Indubbiamente è un buon incipit, se si considera come The View Studio sia nato molto spontaneamente dalla praticità per Dapelo di non volersi/doversi spostare in città, abbinata alla volontà di lavorare con gli artisti, prendendo «questo luogo per costringere gli artisti a lavorare», e creando «tipo un quartier generale per parlare di produzione». 
Parlando col papà di The View Studio si chiarisce immediatamente una cosa essenziale della sua creatura: non è la solita galleria d'arte, di quelle in cui le opere sono esposte come una sorta di merchandising, e dove gente chic arriva vagando senza una meta. Gli anni di assenza hanno reso latitante la voglia d'essere gallerista, per un Dapelo che sottolinea come i cambiamenti dai Novanta ad oggi siano evidenti, constatando come «ora tutto accade intorno alla fiera». «La galleria non ha più la sua funzione», «non fa mostre» afferma dall'altro capo della tavola ovale Francesco Garutti, mente curatoriale di The View Studio, anche se qui i ruoli sembrano essere ruoli fino ad un certo punto, perché è evidente la priorità comunitaria di confrontarsi sulle idee. È Garutti a definire lo Studio un luogo «narrativo», perfetto per ospitare «eventi che svaporano», e il senso di quest'ultima affermazione lo capirete meglio più avanti. 

Haris Epaminonda – Untitled – 2015 – produced by THEVIEW Studio for Sant'Ilario Pavilion – courtesy THEVIEW Studio – photo Delfino Sisto Legnani
Nel frattempo va ricordato un assunto fondamentale: qui l'opera è interessante, ma "fare l'opera” lo è forse ancore di più. Perché lo studio in questione è una specie d'officina, dove l'arte è una partnership creativa tra l'artista e chiunque graviti intorno alla realizzazione dell'opera-oggetto compiuto; in cui il curatore sceglie esclusivamente quelli che definisce «artisti pre mid-career», ancora giovani - ma non troppo acerbi - intorno a cui costruire un discorso articolato, anche sul piano delle location. Dalla scorsa estate infatti The View Studio ha avviato il Sant'Ilario Pavilion.
Anticipiamo sin d'ora che questo progetto non sarà figlio unico, anche se per adesso né curatore né fondatore hanno le idee chiare su ulteriori «dependance espositive», così come le chiama Garutti. Un padiglione per un "one artist show”, dove ogni artista è protagonista solitario con un'opera appositamente pensata e prodotta. E le intenzioni di questo progetto si misurano dal basso, a partire dall'opening, costantemente "non pervenuto”. La sua assenza non è campata in aria come un evento in meno in agenda e una bevuta mancata, ma cartina di tornasole per un diverso rapporto opera/fruitore, quando la prima non sarà mai qualcosa d'imperturbabile in relazione al contesto in cui si trova. Era «impossibile pensare ad un evento di gente col bicchiere di prosecco in mano»,  spiega Garutti, e a prima vista la struttura in ferro e vetro affacciata sul mare è quanto di meno adatto a quel tipo di "fauna”. Dopotutto Sant'Ilario Pavilion non ha pretese, è un piccolo baracchino a bordo strada, ad affaccio sul mare, chiuso da vetrate recentemente compromesse dagli ultimi eventi atmosferici; un ex negozio di fiorista abbandonato per anni, che Dapelo vedeva dalla finestra di casa e per intuizione ha deciso di riutilizzare, «come una sorta di teatrino» in cui le opere trovano il loro posto, e convivono con la gente che passa.

Davide Stucchi – Flush with NENA – 2015 – produced by THEVIEW Studio for Sant’Ilario Pavilion – courtesy THEVIEW Studio – photo Alessandro Zambianchi
Finora il padiglione genovese conta quattro stranieri - i primi tre sono stati (in ordine di apparizione) Haris EpaminondaIan LawPeter Wächtler - su un totale di cinque artisti, a detta di Garutti particolarmente interessanti da «mettere in rapporto con i luoghi di produzione del territorio» alludendo ad esempio alla non distante Albisola, città della ceramica e luogo da cui proviene l'istallazione di vasi Untitled messa su da Epaminonda. Unico italiano - e novità di novembre - Davide Stucchi, arrivato a circa un mese di distanza dal suo predecessore, Daniel Gustav Cramer
Abbiamo incrociato l'artista tedesco in occasione dell'allestimento di Untitled (Carrara), opera che definisce «inusuale» in quanto «solitamente la storia non è parte del mio lavoro, ma il mio lavoro è già la storia»; composta da una serie di pezzi in marmo selezionati girando «per più giorni nelle cave di Carrara», nei quali ammette la fascinazione del «semilavorato» come «rapporto tra parte grezza e spigolosità artificiali». E se quei marmi disposti con apparente noncuranza, separati da pezzi di legno, paiono bloccati nell'impellenza di prodursi in un rapporto fisso con la statuaria, è Garutti a tirare in ballo l'idea di «viaggio» sotteso nell'azione di Cramer: l'opera «parte da Carrara», approda temporaneamente nello spazio di Sant'Ilario, tramutato in istituzionale «deposito di marmi» che del viaggio «rappresenta una tappa», per finire poi esposta in galleria a Zurigo. In uno di quei luoghi dove le vetrate vista mare lasciano il posto a pareti bianco-asettiche, rimodellando secondo altri canoni la relazione opera/contesto.

Ian Law – Ken – 2014 – produced by THEVIEW Studio, display curated by Vittorio Dapelo and Francesco Garutti for Sant'Ilario Pavilion – courtesy THEVIEW Studio – photo Delfino Sisto Legnani
L'operazione, al pari delle precedenti, nasce per durare pochissimo nel tempo/luogo - vi siete già dimenticati il garuttiano "evento che svapora”? - e perdurare nella memoria video, affidata al lavoro di un film maker (scelto magari dall'artista, come Hans-Christian Lotz per Wächtler), figura nel caso di Cramer ricoperta dall'artista in persona. Questa è la caratteristica più spiccata dell'operazione Sant'Ilario Pavilion, collegata a stretto giro con quel rapporto opera/fruitore di cui sopra: l'opera abita il piccolo padiglione il tempo delle riprese, puntando praticamente tutto su una libera costruzione filmica che non è tanto memoria, quanto parte dell'operazione stessa, nella volontà congiunta di avere un contatto netto tra arte contemporanea e cinematografia. Un contatto sviluppato in toto dalla partnership Dapelo/Garutti, che vede il primo intenzionato a «documentare solo con fotografie» il lavoro dei vari artisti, e a cui il secondo «ha poi aggiunto il video», come un attestato di presenza poi condiviso con più e più persone tramite social network - «facebook è uno strumento» afferma il curatore - e non solo. 
Da Sant'Ilario al resto del mondo, per un progetto che per quest'anno ha dato, ma su cui la nostra "strana coppia” è intenzionata a spingere ancora per un po'. E se Garutti ha in mente d'incrementare la presenza nazionale per «supportare anche la giovane arte italiana», sul numero complessivo di artisti coinvolti non c'è ancora certezza. «Forse saranno sette, come i sette nani» ironizza Dapelo. Noi intanto vi rimandiamo al sito www.theviewstudio.com, lì man mano troverete tutti i trailer dei vari interventi.

Andrea Rossetti

UN AFFARE. ANZI, UN FURTO Lo svizzero che li aveva acquistati si dichiara "in buona fede",


    
 

UN AFFARE. ANZI, UN FURTO

   
 Lo svizzero che li aveva acquistati si dichiara "in buona fede", ma gli affreschi, da Paestum, erano stati strappati. Una storia a lieto fine per la "cultura" italiana. Ma quante ancora sono nell'ombra del malaffare?  
 
pubblicato 

Bella operazione quella condotta dai carabinieri italiani, che hanno recuperato cinque affreschi strappati da Paestum e acquistati "in buona fede" da uno svizzero. Si tratta, in fondo, di un piccolo tassello della nostra Italia, quella della cultura come patrimonio che ci ricordano sempre i nostri Ministri, uno per tutti Franceschini, che ieri era in prima linea durante l'annuncio del ritrovamento e del ritorno a casa, il prossimo gennaio. 
Le opere rivestivano una tomba campano-sannitica risalente al 300 A.C. e che valgono sul mercato un milione di euro, come ha dichiarato il Generale Mariano Mossa. La stessa cifra l'aveva pagata, ai tombaroli, il "collezionista" svizzero, che li teneva in un deposito a Campione d’Italia dove sono stati rinvenuti lo scorso maggio e dal quale è stata accertata la provenienza.
Una bella storia, dicevamo, ma che la dice lunga su quanto sia problematico arginare un fenomeno diffuso che, ahinoi, non interessa di certo solo le aree problematiche del Medio Oriente, saccheggiate per essere "convertite" in denaro sonante per operazioni di guerra e terrore.
E il signore elvetico, dunque, come dobbiamo considerarlo allora? Una sorta di terrorista? Forse lo sguardo "miope", almeno in apparenza, stavolta ha giocato facile. Quanto una bella scusa. Ma tutto è bene quel che finisce bene, per ora. E in attesa di nuovi ritorni. (MB)

Giuseppe, Adolfo e Carlo i tre medici che hanno accompagnato fin qui la mia vita


Via Domenico Aragno (padre di Giuseppe) Settimo Tse
Quando nel 1973 trasferii la mia famiglia da Settimo Torinese ad Ostia Lido, oltre a dire addio al clima impietoso della zona, agli odori acri e pesanti che le ditte farmaceutiche, intorno casa, scaricavano nell'aria, all'inquinamento acustico della padana superiore che attraversava l'abitato congestionandolo quasi tutto il giorno e forse ancora, dovetti dire addio anche alle amicizie e alle conoscenze che inevitabilmente avevo contratto. Prima di partire salutammo vicini e lontani, lasciando a tutti il nuovo recapito con l'invito sincero a farci visita, anche senza preavviso.
Uno, però, che non salutammo di sicuro fu il dott. Aragno, Giuseppe, che mi tornò alla mente nel momento in cui il mio primo bambino si sentì male una volta a Roma. Come avrei fatto a trovare un altro medico come lui adesso che ne avevo bisogno ? Mi aveva tirato fuori da una broncopolmonite con competenza e dedizione. Nei primi momenti della malattia passava per casa ripetutamente, anche due volte al giorno, e se la degenza presentava qualche imprevisto non si dava pace fino a quando non aveva trovato il rimedio per eliminarlo. Quando gli accennai che sarei andato via da Settimo, mi raccomandò di non trascurarmi, di affidarmi con immediatezza ad un altro medico, ma saranno stati il clima meno rigido della capitale  e le preoccupazioni della nuova sistemazione, a farmi dimenticare le sue raccomandazioni fino a che il mio primo figlio non si sentì male.

Casalpalocco
Via Anacreonte AXA Roma

            Come primo tentativo bussai con mia moglie alla vicina di casa che giovane com'era, si trovava anche lei nella nostra stessa condizione. Ci consigliò comunque di rivolgerci alla signora del piano di sopra che avendo tre bambine sicuramente avrebbe saputo indicarci qualcuno nelle vicinanze. Infatti la donna, moglie di un brigadiere della Guardia di Finanza, indirizzò le nostre ricerche su Corso Duca di Genova, dove trovammo un medico che era buono per tutti i mali. Simpaticissimo. Durante la malattia del bambino diventammo amici e una sera che venne a casa dopo le ventidue, mi chiese se lo accompagnavo fino all'Infernetto dove non se la sentiva di andarci da solo.
            Forse erano altri tempi ed altre mutue. Forse le cose sono cambiate dopo l'avvento del Servizio Sanitario Nazionale che nell'intenzione del legislatore doveva assicurare parità di assistenza a tutti, ricchi e poveri, a chi lavorava e a chi non, ma che ha certamente finito con l'ingessare l'assistenza in un carrozzone unico dove la professione medica ha ceduto il passo al calcolo e al menefreghismo.
            Nel novantanove percento dei casi prima della riforma sanitaria l'attività medica era una missione, dopo é diventa solamente una professione, con al centro il medico e l'ammalato inutile dal venerdì pomeriggio fino a domenica sera. Il medico in quelle ore non esiste se non a pagamento e la dice lunga anche il trattamento che attuano nei confronti di chi vi ricorre, sempre ossequiati e riveriti.
            Comunque riuscimmo a trovarne uno che faceva al caso nostro che nei modi ricordava Aragno. Il suo nome era Kissopulos, italiano ma di origini greche. Era il nipote di uno di quei greci arrivati in Italia dopo l’unità. Ti scrutava col suo sguardo amico ed era facile entrare in sintonia con lui. Il più grande dei due ragazzi incominciò a soffrire di asma allergica e fu lui ad indirizzarci verso una ricercatrice dell’Università La Sapienza. Quando i guai cominciarono anche per noi diventò la nostra guida sanitaria, il nostro consigliore, la persona nella quale fare affidamento rispondendo con sollecitudine alle nostre chiamate accompagnandoci nella malattia senza eccessive preoccupazioni. Era Lui che si faceva carico del nostro benessere fisico senza essere invadente e men che meno approssimativo. La nostra salute è stata al sicuro finchè è vissuto. Quando arrivò il suo successore restammo amici e l’ultima volta che gli facemmo visita candidamente, dopo aver scrutato i nostri visi e sinceratori che non avevamo bisogno di lui professionalmente, disse: - Non ho più memoria di niente. So per dimenticare chi sono, ma di voi due avrò ancora memoria fino all’ultimo momento della  mia esistenza.
Oggi le cose vanno diversamente, anche se qualcuno ha voluto ricordarmi di aver fatto il giuramento di Ippocrate, è difficile trovare un medico capace e scrupoloso. Sono i primi a non saper vivere la loro condizione in maniera particolare i dentisti che cercano di lucrare piuttosto che curare ed educare.


Via dell'Università Roma

Un altro medico che non potrò mai dimenticare è stato Carlo Silvagni che mi asportò dal ventricolo destro di Morgagni tre polipi (neoformazioni plastiche) che, trattenendo il catarro impedivano alle corde vocali di vibrare.
Quello che nessuno aveva saputo vedere in venti anni della mia vita, inviandomi alle cure termali annualmente, lo vide lui in un attimo senza procurarmi gli strazi a cui gli altri mi sottoponevano per visitarmi. L’ultimo mi aveva anche narcotizzato e spillato 100.000 mila lire.
Di fronte al mio disappunto mi fece tornare il giorno appresso e un attimo prima che lui me li asportasse senza accorgermene, la dottoressa che fu incaricata di redigere la cartella con l’anamnesi patologica mi chiese se poteva guardarmi la gola. Non riuscendo a vedere niente, mi domandò se ero sicuro di quello che dicevo. Di fronte alla mia conferma l’altro medico che l’accompagnava per poco non mi strappava la lingua. Raccontai la cosa a Carlo il quale non si meravigliò affatto dell’insuccesso dei due. Proferì solamente:- Meno male che sei capitato nelle mie mani. Dopo due secondi, durante i quali mi asportò i polipi senza avvertire nessun fastidio, mi accompagnò da mia moglie che era in corsia ad aspettarmi e mi disse: Fai sentire a tua moglie la tua voce. Essa lo invocò di non farmi parlare, ma quando sentì  proferire il suo nome con voce forte e chiara restò sbalordita ed incredula.
E’ inutile raccontare le sue imprese. Morì due anni dopo essere andato in pensione nella sua Orvieto dove nel tempo libero, la domenica, si dedicava alla cura del suo terreno e delle sue bestie. Ritengo di essere stato fortunato di averli incontrati, adesso avrei bisogno di un’anima buona per curarmi il nervo sciatico che mi affligge e cerca di sconfiggermi senza ancora riuscirci da quando sono andato in pensione.


Ostia Lido        27/11/2015                                                                Gioacchino Ruocco

giovedì 26 novembre 2015

Questo Napoli mi annoia, non è possibile.....

Pardo alza le braccia: "Questo Napoli mi annoia, non è possibile che in 2 mesi..."

Interviste, 26 novembre 2015 ore 23:37, di Redazione - 15.393 visite
Il giornalista di MediasetPierluigi Pardo, ha rilasciato alcune dichiarazioni ai microfoni di Canale 21 soffermandosi, tra le altre cose, sull'ennesima vittoria degli azzurri. "Questo Napoli ora mi sta annoiando. Non è possibile che in 2 mesi ci costringe a dire sempre le stesse cose. Gioca bene, vince, non ci dà la possibilità di affermare qualcosa di diverso. Sono costretto a ripetermi: la compagine di Sarri è la grande favorita per lo Scudetto"

Maria Vittoria Barrella e Xhoja Durrsi - Domani a Roma

Ha finito di promuovere il nuovo film Aquadro - 
Domani spettacolo contro la violenza sulle donne e stalking 
poi si torna a Roma a studiare Etc..

LA SICILIA, NEL MEZZO DEL MEZZO


    
 
    
 

LA SICILIA, NEL MEZZO DEL MEZZO

   
 La vastissima mostra ospitata dal Museo Riso di Palermo è oggi più attuale che mai, nel suo interrogarsi tra cronaca e assetto geo–politico. Etica e storie di residenti e di migranti  
 
pubblicato 

A Capo Passero ci sono giornate particolarmente limpide che permettono di vedere bene la costa della Tunisia, sembra quasi di poterci entrare con lo sguardo. Basterebbe questa visione per percepire la centralità geografica della Sicilia nel mare del mito e della storia. Da Ferdinand Braudel all’antropologo Marco Aime la mediazione dell’Italia è stata studiata nella sua geografia umana o letta tra nostalgia di un virtuoso dialogo tra nord e sud e il timore che la turbolenza del presente degeneri in futuro. Certo, i fatti di Parigi sembrerebbero avvalorare la seconda lettura, sicché ogni visione deve fare i conti con l’aberrazione dell’eccidio francese. La mostra "Nel mezzo del mezzo”(a cura di Christine Macel, Marco Bazzini e Bartomeu Mari, fino al 30 novembre), diffusa in varie sedi a Palermo s’interroga sull’equilibrio tra cronaca e storia del bacino del Mediterraneo, guardando sia all’assetto geo–politico, sia alle micro storie di residenti e migranti, confrontando comportamenti e culture, etica e etnica. 
Nel 2001 fu Eva di Stefano a gettare le basi per un museo per accogliere ed esporre le arti del bacino del Mediterraneo che potesse essere il punto d’incontro delle espressioni più avanzate europee e internazionali. Il MMAC (Museo Mediterraneo di Arte Contemporanea) a quindici anni di distanza ancora non esiste e questa manifestazione sembra attuare quell’ipotesi, preparando l’ingresso della città alla candidatura per la dodicesima edizione di Manifesta. Parlare di una mostra sull’arte contemporanea dei popoli del Mediterraneo oggi inevitabilmente coincide con una riflessione sul tema dello scambio e della mobilità in un clima in cui regna la paura e la chiusura, ossia l’esatto contrario della considerazione della medianità positiva del mare. I personaggi di spalle ripresi nel video di Sophie CalleVoir la mer (See the sea), del 2011, vedevano il mare dalla costa turca par la prima volta aprirsi innanzi apparendo sgomenti e perplessi.  A rispondere a queste perplessità potrebbe essere Carlos Aires con il grande parquet intitolato Mar Negro, fatto nel 2013 con il legno delle imbarcazioni dei migranti oppure le foto più esplicite di Loredana Longo del ciclo The Block, del 2011, in cui si vedono i corpi confusi dai panni colorati con le rocce scure. Le storie del mare raccontate nella sua più angosciante risoluzione della realtà non possono che non passare dalla testimonianza dei fari sulla costa della Cabilia di Zineb Sedira (Lighthouse in the Sea of Time, 2011). Sentinelle del ciclo percussivo delle onde, i fari sono in grado di raccontare il viaggio diventando automaticamente la metafora dell’ausilio all’approdo nettamente in contrasto con la repulsione innescata dalla paura spesso nata dalla genericità delle valutazioni, figlia dell’ignoranza. 

Medhat Shafik, La bottega dell'armeno, 2015
Ecco perché i racconti della terra di Sicilia presa come fulcro simbolico, oltreché sede della mostra, si mostrano nelle loro svariate sfaccettature. Dalle Foto di Fosco Maraini ai documentari di Vittorio de Seta (Pasqua in Sicilia, 1956) l’estremo sud d’Europa è mostrato nelle sue peculiarità folkloriche oppure ricordando un passato migratorio descrivendo languidamente una modernità marginale talmente vicina alle foto scelte da Akram Zaatarinell’archivio libanese di Hashemel Madani. Questa specularità tra le sponde del Mediterraneo sono evidenti guardando le foto di Ferdinando Scianna o di Nicola Scafidi, ma anche attraverso il simbolico rovesciamento dell’immagine riflessa per un minuto nel video dei Masbedo (Stomboli, 2014). La documentazione, la classificazione, il paragone dell’occhio dell’antropologo culturale rischia però di trasformarsi in quel "nuovo orientalismo” paventato dall’islamista Paola Gandolfi nel suo libro Rivolte in atto (Mimesis, Milano – Udine 2013) "[…] divagante sia tra i media internazionali che locali. Quasi una sorta di ennesima opposizione loro – noi (loro arabi – musulmani, noi europei – occidentali) in cui l’altro arabo fosse ancora una volta reso romantico ed esotico dal suo essere mitico, questa volta in qualità di protagonista di un risveglio arabo”. 
Sebbene sfiorita dai fatti di Parigi e del Mali, la primavera araba ha retto per un certo periodo l’illusione di un accorciamento delle distanze e il riconoscimento dell’arte come cornice del contesto emotivo delle rivolte anche nella registrazione puntuale delle variazioni culturali che hanno caratterizzato periodi di oscurantismo registrati da Oussama Tabti (Stand-by, 2011).Reenactment, opera del 2014 di Kader Attia mette in chiaro che questo contesto emotivo passa per una riparazione della memoria coloniale rappresentata da un ūd algerino risarcito da una cassa acustica fatta con un casco coloniale francese. Di converso il video–montaggio sulle cheerleaders della squadra di basket di Capo d’Orlando di Mohamed Bourouissa(Cheerleaders, 2015) racconta il lato più trash della colonizzazione culturale americana in Sicilia.

Gabriella Ciancimino, I wish I could 2015
Nel ripensare a un linguaggio che possa parlare, prima ancora che degli scenari politici, dei luoghi e le persone, l’arte parte dalle suggestioni offerte da peculiarità quali le perverse devozioni superstiziose del sud Italia raccontate con occhio surrealista da Tacita Dean (The Martydom of St. Agatha (in several parts), 1994) dove una sessualità perturbante emerge dall’inconscio, oscuro lato comune delle due civiltà dirimpettaie. Questo tema emerge in forma simbolica dall’ordito dei tessuti di Huguette Caland (The Purple One, 2010), ma anche nella bella installazione della bravissima artista marocchina Latifa Echakhch, (Erratum, 2004-2009), un lavoro sugli stereotipi come quello di Jasper JustThis love is silent  del 2003. 
La questione geografica è raccontata dalla sala delle mappe con opere di Boetti, Isgrò, Mona Hatoum Michele Ciacciofera, dove per Atlantropa, 2015 s’intende il Mediterraneo «dell’olio e del miele che hanno sempre caratterizzato l’agricoltura e la cultura», come scrive Marco Bazzini in catalogo. E al centro sta la medianità dell’Isola siciliana, più che il linguaggio della differenza elaborato negli anni delle rivolte arabe, rappresentato da Hassan Khan inJewel nel 2010, linguaggio al limite tra il contemporaneo e l’arcaico, tra il nuovo e il tipico che risuona nei cortili di Marsiglia fotografati da Marie BovoCours intérieures che testimoniano l’integrazione sotto un unico cielo, così come nei silenzi delle visioni orizzontali di Valérie Jouve (Sans Titre, Les Paysages, 2011-2012) o negli assemblaggi istallativi di Luca Vitone che imbrigliano i dati etnografici in piccoli altarini, dati che Nevin Aladağ fa risuonare nel poetico video Sehir Sesi/City Language I, del 2009 come una voce caratteristica. La visione urbana, restituita graficamente da Gabriella Ciancimino e dalle opere sonore di Canecapovolto e diMarianna Christofides e nel panorama ironico di Alessandro Imbriaco – Tommaso Bonaventura - Fabio Severo, (Vista dal balcone della casa di Gaetano Badalamenti, Cinisi, Palermo, 2012) ma anche i grovigli di Antonio Sanfilippo dell’opera Dopo secoli, del 1963 sembrano essere planimetrie urbanistiche almeno quanto le griglie di Corrado Cagli (Trame e orditi, 1951) per non parlare delle Città Frontali di Piero Consagra. 

Piero Consagra, Fantasma a Lampedusa, 1990
La presenza degli artisti di Forma 1 è stata forse funzionale al confronto ad esempio traCarla Accardi Etel Adnan o Saloua Raouda Choucair (Rhythmical Composition in Yellow Gouache, 1951-1953) meno comprensibile appare invece il confronto tra Fausto Melotti eAnna Eva Bergmann, come i lavori di Rosario Arizza e la scelta delle opere degli anni Settanta di Farid Belkahia, nonché l’esplicita etnicità delle grandi tele appese da Rachid Koraïchi (The InvisibleMasters, 2008) o le suggestive luci di Younès Rahmoun (77, 2014) che fanno della differenza culturale la condizione di essere guardate come Altro, direbbe Bourriaud, una differenza che s’appiana nell’allestimento di Medhat Shafik (La bottega dell’armeno, 2015) che restituisce la suggestione dei colori che hanno rapito Paul Klee nel suo viaggio in Tunisia del 1914.  
Anche quando la Sicilia e, in particolare Palermo, viene considerata dal suo lato più inquietante da Jeanloup Sieff (Les catacombes de Capucins, Palerme, Sicile, 1982) e da Aldo Palazzolo (Le trame dell’alchimia, 2015) il ricordo del Grand Tour si infrange sul paradosso dell’emarginazione e della miseria, rendendo ancor più vero il detto di Goethe che l’Italia sarebbe "un paradiso abitato da diavoli” L’insediamento urbano diventa memoria del mondo contemporaneo nel sudario nella Gibellina di Burri filmato da Raphaël Zarka (Gibellina Vecchia, 2010), nello ieratico deambulare di Joseph Beyus fotografato da Mimmo Jodice o della più codificata pratica del cammino concettuale di Richard Long. Persino Giovanni Anselmo con l‘immagine vulcanica de La mia ombra verso l’infinito dalla cima dello Stromboli durante l’alba del 16 agosto 1965 (Study A) è testimone di un viaggio dell’anima nel presente. Il viaggio dell’anima di Kounellis (Viaggio nel Golfo di Napoli, 1969) o il viaggio delle anime deve comunque far i conti con la metafora nautica affrontata sia nel dramma della migrazione da Hassan Darsi (Projet en dérive, 2009) nella sua trasfigurazione, sia nel crudo realismo del confronto tra disperazione e diporto mostrato dal video di Marcella Vanzo(Summertime, 2007) dove s’accostano i bagnanti in vacanza agli sbarchi dei clandestini, in egual misura ma da un punto di vista diverso Mounira Al-Solh, nel video del 2008, Paris without the sea, narra l’assenza del mare che per alcuni immigrati significa cambio di abitudini, mentre, di converso, Mireille Kassar (The Children Of Uzaï, Anti Narcissus, 2014) evoca la spensieratezza della gioventù libanese con un video onirico e commovente. 

Etel Adnan, Senza Titolo, 2014
Senza cedere dalla retorica del monumento funebre di Michele Cossyro (Situazione 1976 –La barca, 1976) l’asciutto lavoro concettuale di Lawrence Weiner (The Middle of , The Middle of, 2012) è uno delle più efficaci affermazioni di una distanza e di un confine. Tema trattato esplicitamente da artisti come Yaël Bartana (A declaration, 2006), Emily Jacir (Memorial to 418 Palestian Villages which were Destroyed, Depopulated and Occupied by Israel in 1948, 2001), Taysir Batniji (Transit, 2004), Tania Tanbak (In Transit, 2015) un confine, quello arabo – israeliano, da cui proviene la pressione sulla "tenaglia del Mediterraneo” che ha fulcro nel bosforo e i denti a Gibilterra, confini che sono beffeggiati come arbitrari quanto micidiali linee immaginarie nel gioco ripreso da Sigalit Landau (Azkelon, 2011). Linee immaginarie per le piante fotografate da Jean-Luc Moulène o rielaborate da Michel François, divisioni sconfessate dalla mobilità della coltivazione ironicamente presentata su scala installativa daLuca Francesconi (pane pane pane vino canale di scolo, 2014,) 
Il Mediterraneo risulta però un ambito in cui si ricompone una storia, sia essa una vicenda raccontata da Fayçal Baghriche (Philippe, 2008) o dalle piccole scatole di fiammiferi diMohamed Larbi Rahhali (Omrsi (Ma vie), 1984-2009) sia una lenta trasformazioni come la risacca registrata da Ange Leccia (La mer, 2014), un suono che ci riporta all’arcaico e al mito. Arcaico è il gesto della tessitura dei famosi lavori di Maria Lai, la teoria di donne in blu che salgono con l’otre in testa per le strade di Gibellina ridisegnate dall’arte di Burri e fotografate da Marzia Migliora (Aquamicans, 2013), la ricetta della nonna di Anri Sala (Byrek, 2000) quasi a cercare una origine comune fino al mito che le opere archeologiche di Hidetoshi Nagasawa, Christodoulos Panayiotou, Steve Sabella, Jean-Daniel Pollet, Simone Fattal, Giuseppe Sciola, Benoît Maire, Etienne Chambaud, ma è forse l’opera di Fabien Giraud & Raphael Siboni (Bassae Bassae, 2014) a rivelarsi più attuale e aderente alla figura dell'archeologo Khaled Al-Asaad, massacrato dall’IS. 

Marcello Carriero
 

  
 La vastissima mostra ospitata dal Museo Riso di Palermo è oggi più attuale che mai, nel suo interrogarsi tra cronaca e assetto geo–politico. Etica e storie di residenti e di migranti  
 
pubblicato 

A Capo Passero ci sono giornate particolarmente limpide che permettono di vedere bene la costa della Tunisia, sembra quasi di poterci entrare con lo sguardo. Basterebbe questa visione per percepire la centralità geografica della Sicilia nel mare del mito e della storia. Da Ferdinand Braudel all’antropologo Marco Aime la mediazione dell’Italia è stata studiata nella sua geografia umana o letta tra nostalgia di un virtuoso dialogo tra nord e sud e il timore che la turbolenza del presente degeneri in futuro. Certo, i fatti di Parigi sembrerebbero avvalorare la seconda lettura, sicché ogni visione deve fare i conti con l’aberrazione dell’eccidio francese. La mostra "Nel mezzo del mezzo”(a cura di Christine Macel, Marco Bazzini e Bartomeu Mari, fino al 30 novembre), diffusa in varie sedi a Palermo s’interroga sull’equilibrio tra cronaca e storia del bacino del Mediterraneo, guardando sia all’assetto geo–politico, sia alle micro storie di residenti e migranti, confrontando comportamenti e culture, etica e etnica. 
Nel 2001 fu Eva di Stefano a gettare le basi per un museo per accogliere ed esporre le arti del bacino del Mediterraneo che potesse essere il punto d’incontro delle espressioni più avanzate europee e internazionali. Il MMAC (Museo Mediterraneo di Arte Contemporanea) a quindici anni di distanza ancora non esiste e questa manifestazione sembra attuare quell’ipotesi, preparando l’ingresso della città alla candidatura per la dodicesima edizione di Manifesta. Parlare di una mostra sull’arte contemporanea dei popoli del Mediterraneo oggi inevitabilmente coincide con una riflessione sul tema dello scambio e della mobilità in un clima in cui regna la paura e la chiusura, ossia l’esatto contrario della considerazione della medianità positiva del mare. I personaggi di spalle ripresi nel video di Sophie CalleVoir la mer (See the sea), del 2011, vedevano il mare dalla costa turca par la prima volta aprirsi innanzi apparendo sgomenti e perplessi.  A rispondere a queste perplessità potrebbe essere Carlos Aires con il grande parquet intitolato Mar Negro, fatto nel 2013 con il legno delle imbarcazioni dei migranti oppure le foto più esplicite di Loredana Longo del ciclo The Block, del 2011, in cui si vedono i corpi confusi dai panni colorati con le rocce scure. Le storie del mare raccontate nella sua più angosciante risoluzione della realtà non possono che non passare dalla testimonianza dei fari sulla costa della Cabilia di Zineb Sedira (Lighthouse in the Sea of Time, 2011). Sentinelle del ciclo percussivo delle onde, i fari sono in grado di raccontare il viaggio diventando automaticamente la metafora dell’ausilio all’approdo nettamente in contrasto con la repulsione innescata dalla paura spesso nata dalla genericità delle valutazioni, figlia dell’ignoranza. 

Medhat Shafik, La bottega dell'armeno, 2015
Ecco perché i racconti della terra di Sicilia presa come fulcro simbolico, oltreché sede della mostra, si mostrano nelle loro svariate sfaccettature. Dalle Foto di Fosco Maraini ai documentari di Vittorio de Seta (Pasqua in Sicilia, 1956) l’estremo sud d’Europa è mostrato nelle sue peculiarità folkloriche oppure ricordando un passato migratorio descrivendo languidamente una modernità marginale talmente vicina alle foto scelte da Akram Zaatarinell’archivio libanese di Hashemel Madani. Questa specularità tra le sponde del Mediterraneo sono evidenti guardando le foto di Ferdinando Scianna o di Nicola Scafidi, ma anche attraverso il simbolico rovesciamento dell’immagine riflessa per un minuto nel video dei Masbedo (Stomboli, 2014). La documentazione, la classificazione, il paragone dell’occhio dell’antropologo culturale rischia però di trasformarsi in quel "nuovo orientalismo” paventato dall’islamista Paola Gandolfi nel suo libro Rivolte in atto (Mimesis, Milano – Udine 2013) "[…] divagante sia tra i media internazionali che locali. Quasi una sorta di ennesima opposizione loro – noi (loro arabi – musulmani, noi europei – occidentali) in cui l’altro arabo fosse ancora una volta reso romantico ed esotico dal suo essere mitico, questa volta in qualità di protagonista di un risveglio arabo”. 
Sebbene sfiorita dai fatti di Parigi e del Mali, la primavera araba ha retto per un certo periodo l’illusione di un accorciamento delle distanze e il riconoscimento dell’arte come cornice del contesto emotivo delle rivolte anche nella registrazione puntuale delle variazioni culturali che hanno caratterizzato periodi di oscurantismo registrati da Oussama Tabti (Stand-by, 2011).Reenactment, opera del 2014 di Kader Attia mette in chiaro che questo contesto emotivo passa per una riparazione della memoria coloniale rappresentata da un ūd algerino risarcito da una cassa acustica fatta con un casco coloniale francese. Di converso il video–montaggio sulle cheerleaders della squadra di basket di Capo d’Orlando di Mohamed Bourouissa(Cheerleaders, 2015) racconta il lato più trash della colonizzazione culturale americana in Sicilia.

Gabriella Ciancimino, I wish I could 2015
Nel ripensare a un linguaggio che possa parlare, prima ancora che degli scenari politici, dei luoghi e le persone, l’arte parte dalle suggestioni offerte da peculiarità quali le perverse devozioni superstiziose del sud Italia raccontate con occhio surrealista da Tacita Dean (The Martydom of St. Agatha (in several parts), 1994) dove una sessualità perturbante emerge dall’inconscio, oscuro lato comune delle due civiltà dirimpettaie. Questo tema emerge in forma simbolica dall’ordito dei tessuti di Huguette Caland (The Purple One, 2010), ma anche nella bella installazione della bravissima artista marocchina Latifa Echakhch, (Erratum, 2004-2009), un lavoro sugli stereotipi come quello di Jasper JustThis love is silent  del 2003. 
La questione geografica è raccontata dalla sala delle mappe con opere di Boetti, Isgrò, Mona Hatoum Michele Ciacciofera, dove per Atlantropa, 2015 s’intende il Mediterraneo «dell’olio e del miele che hanno sempre caratterizzato l’agricoltura e la cultura», come scrive Marco Bazzini in catalogo. E al centro sta la medianità dell’Isola siciliana, più che il linguaggio della differenza elaborato negli anni delle rivolte arabe, rappresentato da Hassan Khan inJewel nel 2010, linguaggio al limite tra il contemporaneo e l’arcaico, tra il nuovo e il tipico che risuona nei cortili di Marsiglia fotografati da Marie BovoCours intérieures che testimoniano l’integrazione sotto un unico cielo, così come nei silenzi delle visioni orizzontali di Valérie Jouve (Sans Titre, Les Paysages, 2011-2012) o negli assemblaggi istallativi di Luca Vitone che imbrigliano i dati etnografici in piccoli altarini, dati che Nevin Aladağ fa risuonare nel poetico video Sehir Sesi/City Language I, del 2009 come una voce caratteristica. La visione urbana, restituita graficamente da Gabriella Ciancimino e dalle opere sonore di Canecapovolto e diMarianna Christofides e nel panorama ironico di Alessandro Imbriaco – Tommaso Bonaventura - Fabio Severo, (Vista dal balcone della casa di Gaetano Badalamenti, Cinisi, Palermo, 2012) ma anche i grovigli di Antonio Sanfilippo dell’opera Dopo secoli, del 1963 sembrano essere planimetrie urbanistiche almeno quanto le griglie di Corrado Cagli (Trame e orditi, 1951) per non parlare delle Città Frontali di Piero Consagra. 

Piero Consagra, Fantasma a Lampedusa, 1990
La presenza degli artisti di Forma 1 è stata forse funzionale al confronto ad esempio traCarla Accardi Etel Adnan o Saloua Raouda Choucair (Rhythmical Composition in Yellow Gouache, 1951-1953) meno comprensibile appare invece il confronto tra Fausto Melotti eAnna Eva Bergmann, come i lavori di Rosario Arizza e la scelta delle opere degli anni Settanta di Farid Belkahia, nonché l’esplicita etnicità delle grandi tele appese da Rachid Koraïchi (The InvisibleMasters, 2008) o le suggestive luci di Younès Rahmoun (77, 2014) che fanno della differenza culturale la condizione di essere guardate come Altro, direbbe Bourriaud, una differenza che s’appiana nell’allestimento di Medhat Shafik (La bottega dell’armeno, 2015) che restituisce la suggestione dei colori che hanno rapito Paul Klee nel suo viaggio in Tunisia del 1914.  
Anche quando la Sicilia e, in particolare Palermo, viene considerata dal suo lato più inquietante da Jeanloup Sieff (Les catacombes de Capucins, Palerme, Sicile, 1982) e da Aldo Palazzolo (Le trame dell’alchimia, 2015) il ricordo del Grand Tour si infrange sul paradosso dell’emarginazione e della miseria, rendendo ancor più vero il detto di Goethe che l’Italia sarebbe "un paradiso abitato da diavoli” L’insediamento urbano diventa memoria del mondo contemporaneo nel sudario nella Gibellina di Burri filmato da Raphaël Zarka (Gibellina Vecchia, 2010), nello ieratico deambulare di Joseph Beyus fotografato da Mimmo Jodice o della più codificata pratica del cammino concettuale di Richard Long. Persino Giovanni Anselmo con l‘immagine vulcanica de La mia ombra verso l’infinito dalla cima dello Stromboli durante l’alba del 16 agosto 1965 (Study A) è testimone di un viaggio dell’anima nel presente. Il viaggio dell’anima di Kounellis (Viaggio nel Golfo di Napoli, 1969) o il viaggio delle anime deve comunque far i conti con la metafora nautica affrontata sia nel dramma della migrazione da Hassan Darsi (Projet en dérive, 2009) nella sua trasfigurazione, sia nel crudo realismo del confronto tra disperazione e diporto mostrato dal video di Marcella Vanzo(Summertime, 2007) dove s’accostano i bagnanti in vacanza agli sbarchi dei clandestini, in egual misura ma da un punto di vista diverso Mounira Al-Solh, nel video del 2008, Paris without the sea, narra l’assenza del mare che per alcuni immigrati significa cambio di abitudini, mentre, di converso, Mireille Kassar (The Children Of Uzaï, Anti Narcissus, 2014) evoca la spensieratezza della gioventù libanese con un video onirico e commovente. 

Etel Adnan, Senza Titolo, 2014
Senza cedere dalla retorica del monumento funebre di Michele Cossyro (Situazione 1976 –La barca, 1976) l’asciutto lavoro concettuale di Lawrence Weiner (The Middle of , The Middle of, 2012) è uno delle più efficaci affermazioni di una distanza e di un confine. Tema trattato esplicitamente da artisti come Yaël Bartana (A declaration, 2006), Emily Jacir (Memorial to 418 Palestian Villages which were Destroyed, Depopulated and Occupied by Israel in 1948, 2001), Taysir Batniji (Transit, 2004), Tania Tanbak (In Transit, 2015) un confine, quello arabo – israeliano, da cui proviene la pressione sulla "tenaglia del Mediterraneo” che ha fulcro nel bosforo e i denti a Gibilterra, confini che sono beffeggiati come arbitrari quanto micidiali linee immaginarie nel gioco ripreso da Sigalit Landau (Azkelon, 2011). Linee immaginarie per le piante fotografate da Jean-Luc Moulène o rielaborate da Michel François, divisioni sconfessate dalla mobilità della coltivazione ironicamente presentata su scala installativa daLuca Francesconi (pane pane pane vino canale di scolo, 2014,) 
Il Mediterraneo risulta però un ambito in cui si ricompone una storia, sia essa una vicenda raccontata da Fayçal Baghriche (Philippe, 2008) o dalle piccole scatole di fiammiferi diMohamed Larbi Rahhali (Omrsi (Ma vie), 1984-2009) sia una lenta trasformazioni come la risacca registrata da Ange Leccia (La mer, 2014), un suono che ci riporta all’arcaico e al mito. Arcaico è il gesto della tessitura dei famosi lavori di Maria Lai, la teoria di donne in blu che salgono con l’otre in testa per le strade di Gibellina ridisegnate dall’arte di Burri e fotografate da Marzia Migliora (Aquamicans, 2013), la ricetta della nonna di Anri Sala (Byrek, 2000) quasi a cercare una origine comune fino al mito che le opere archeologiche di Hidetoshi Nagasawa, Christodoulos Panayiotou, Steve Sabella, Jean-Daniel Pollet, Simone Fattal, Giuseppe Sciola, Benoît Maire, Etienne Chambaud, ma è forse l’opera di Fabien Giraud & Raphael Siboni (Bassae Bassae, 2014) a rivelarsi più attuale e aderente alla figura dell'archeologo Khaled Al-Asaad, massacrato dall’IS. 

Marcello Carriero