venerdì 28 dicembre 2012

Palestina in Biennale.

Spunti di riflessione sull'arte come occupazione: Bashir Makhoul e Aissa Deebi gli artisti nominati
pubblicato sabato 22 dicembre 2012
OTHERWISE OCCUPIED, Padiglione Palestinese, Biennale di Venezia

Torna alla carica il germe "Occupy", negli ultimi mesi vagamente passato inosservato. Lo annuncia la Palestina, che sfodera nomi e temi della sua partecipazione alla prossima Biennale di Venezia.

Al Hoash è un'organizzazione no-profit di Gerusalemme che ha nella sua mission lo sviluppo dell'arte come elemento per "elevare" la comunicazione, l'innovazione, la libera espressione e l'orgoglio nazionale. Una piattaforma per la conoscenza della popolazione palestinese e per la volontà di esprimersi, esplorare, capire e rafforzare la propria identità, non solo culturale, attraverso la pratica visiva. Ma perché vi stiamo raccontando tutto ciò? Perché Al Hoash sarà il promotore della partecipazione palestinese alla rassegna, e metterà in scena "Otherwise Occupied", progetto curato da Bruce Ferguson con Rawan Sharaf, con la partecipazione degli artisti Bashir Makhoul e Aissa Deebi, che come molti coscritti, per poter riuscire a vivere, sono emigrati, mettendo in atto durante tutto il loro percorso poetico l'idea che, per avvicinarsi alla Palestina, sia necessario impegnarsi in nuovi modi di pensare o immaginare la nazione, fosse davvero necessario vivere a distanza dai suoi confini. 

Il progetto si inaugurerà il prossimo 29 maggio a Palazzo Cà Giustinian Recanati, sede del Liceo Artistico di Venezia, partendo da un assunto fondamentale: non bisogna pensare che la Palestina sia solo un territorio occupato. Da qui gli artisti metteranno in scena un approccio dove sarà invece l'arte l'elemento in grado di occupare spazi culturali altrimenti inaccessibili o invisibili, come ad esempio le labili zone di confine tra discipline che si intersecano: un approccio di pensiero critico che passa, senza troppo girarci intorno, alla situazione palestinese, territorio che ormai si pone come una costruzione dell'immaginario, in una nazione fondata su una diaspora antica, in una zona del mondo dove non esiste uno stato palestinese, ma moltissimi. Una "comunità immaginata", prendendo le parole di Benedict Anderson, che troverà territorio in laguna.



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